

Lo scopo di questo evento è di
presentare la straordinaria testimonianza del popolo albanese e di rendere
omaggio ai suoi valori umani come parte di un esempio etico di tolleranza che è
ancora oggi attivo e radicato nelle sue tradizioni e nella sua cultura
millenaria. Questo esempio, unico nel suo genere, trova le sue fondamenta in un
antico codice di condotta di nome “Besa”,
parola traducibile come “giuramento” o
“promessa”. La mostra è viaggio della memoria
riproposto attraverso i suggestivi scatti in bianco e nero di norman
gershman, che per cinque anni ha percorso l'Albania recuperando le
testimonianze dello straordinario salvataggio che riguardò quasi duemila ebrei e documentandolo
attraverso i ritratti dei salvatori e dei loro discendenti, di singoli e di
interi gruppi famigliari.
L'Albania, unico paese europeo a maggioranza musulmana, riuscì così in un'impresa dove le altre nazioni europee fallirono. Le parole di questi salvatori, tutti riconosciuti come Giusti delle Nazioni [Righteous Among the Nations], sono qui oggi – appassionanti come un romanzo - a ricordarci che a fare la differenza della storia non è solo la banalità del male ma anche la quotidianità di un coraggio così certo delle sue ragioni da non chiamarsi mai con questo nome.
Nei primi decenni del Novecento
l'Albania, a maggioranza musulmana, contava infatti appena 200 ebrei su una
popolazione di 803 mila abitanti. Dopo l'ascesa al potere di Hitler vi
cercarono però rifugio da
L'Albania li accolse e dopo
l'occupazione nazista nel 1943 si rifiutò di consegnare le liste degli ebrei
che vivevano nel paese. Varie agenzie governative fornirono a molti ebrei
documenti falsi che consentirono loro di mescolarsi al resto della popolazione.
E il livello politico si saldò a quello di popolo in un corto circuito che
significò la salvezza per migliaia di uomini, donne e bambini. L'antico codice
d'onore, Besa, che secondo
l'interpretazione degli albanesi scaturisce dalla fede musulmana, si mescolò
all'onore nazionale e allo spirito d'umanità. E per tener fede a Besa la popolazione albanese musulmana mise
in gioco la sua vita fornendo rifugio, abiti, cibo e un'amicizia sincera che
nella stragrande maggioranza dei casi continua ancor oggi e lega persino i
discendenti in un fitto scambio di visite e corrispondenza. Il risultato fu che
quasi tutti gli ebrei che si trovavano entro i confini dell'Albania durante
l'occupazione tedesca furono salvati, fatta eccezione per poche famiglie.
Il Codice d’Onore “Besa”
“La
nostra casa è prima
“Besa” è una nobile promessa morale vincolata da scelte basate su un senso alto dell’onore e della giustizia umana. È un concetto che si stabilisce sull’antico codice albanese della virtù che impegna ogni albanese a prestare aiuto a chiunque si trovi in situazioni di necessità a prescindere dal suo status culturale, religioso, etnico, sociale, di età, ecc.
Gli Albanesi
erano soprattutto musulmani (65%); il resto della popolazione era cristiana
cattolica e ortodossa. Dal punto di vista albanese, per onorare la verità
storica è obbligatorio sottolineare che gli ebrei che furono salvati in Albania
sono stati protetti e messi in salvo non solo dagli albanesi musulmani ma anche
dagli albanesi cristiani e da un numero di albanesi scettici verso la
religione. Il concetto stesso di “Besa” non ha molto a che fare con la
religione in sé poiché le virtù del coraggio, della compassione, dell’onore,
della tolleranza e del sacrificio, che caratterizzano il codice d’onore
albanese, in realtà sono all’origine dei valori caratteristici della storia di
tutti gli albanesi.
'Besa' è radicato nel codice di comportamento albanese
detto Kanun, un'insieme di norme che sono state codificate per la prima volta
dal principe Leke Dukagjini, intorno alla fine del XV secolo. Dukagjini era un
amico e compagno di lotta del grande eroe albanese Gjergi Kastrioti detto
'Skanderberg' che combattè fieramente fino al 1468 per difendere l'Albania e
l'Europa dall'invasione dei Turchi Ottomani.
“Besa” dunque incorpora dentro sé un
iter socio-culturale complesso e arcaico, rispettato e trasmesso oralmente da
generazione in generazione: è proprio da questo importante regolatore antico
del funzionamento e dell’ordine della società albanese che scaturisce la lunga
storia di tolleranza religiosa degli albanesi e la resistenza ad ogni
oppressione straniera.
Storicamente, la prima apparizione di
un gruppo di ebrei che si insediarono in Albania si data al
Per quanto riguarda la storia recente a
cavallo della seconda guerra mondiale, trovarono rifugio in Albania 2000 ebrei,
la maggior parte provenienti da paesi come Germania, Austria, Jugoslavia,
Croazia, Bulgaria, Polonia, Turchia, Grecia, Ungheria e Romania. Sebbene il
paese si presentava in una situazione economica disastrosa a causa della
guerra, e gli albanesi fossero loro stessi sotto l’invasione nazi-fascista, emerse
la capacità di provvedere agli ebrei vestiti, cibo,
protezione e aiuti di vario genere. In effetti, l’Albania durante quegli anni
diventò il luogo di accoglienza prediletto dagli ebrei d’Europa; tuttavia,
questa parte della storia d’Albania non è nota a molti, inclusi gli albanesi stessi.
Facendo riferimento a uno studio del
professor Bernd J. Fischer, Presidente del Dipartimento di Storia presso
l’Indiana University - Fort Wayne: “[…] solo nel
L’ingegnere Samuel Mandili, scrive nel
20 febbraio 1945: “Tutti gli ebrei che provenivano dall’Albania, sono stati
salvati grazie alla generosa bontà d’animo del popolo albanese che ha
considerato come un dovere morale di proteggere nelle proprie case tutti gli
emigrati perseguitati [...] L’atteggiamento meraviglioso e nobile del popolo
albanese ha bisogno di essere conosciuto perché loro meritano tutta la
gratitudine del mondo e di ogni uomo colto [...]”
Documenti e testimonianze presso il
Museo dell’Olocausto a Washington, dove si trovano elencati i nomi di 2264
ebrei salvati dagli albanesi, attestano questi fatti. Così, nella lista
ufficiale presente nel Museo Yad Vashem a Gerusalemme si trovano elencati i
nomi di 63 albanesi che salvarono i profughi ebrei prima e durante la seconda guerra mondiale. Inoltre, lo Yad Vashem, dopo aver riconosciuto
una trentina di famiglie albanesi (63 persone) nei Giusti tra le Nazioni, il
fotografo Norman Gershman dopo cinque
anni di costante lavoro, ha raccolte le prove che oltre 150 famiglie hanno
protetto gli ebrei durante l’occupazione nazista, e molti altri resoconti che devono
essere avvalorati.
Va altresì sottolineato che in Albania
non sono mai state approvate leggi antisemite, non sono mai stati costruiti
campi di concentramento e non ci sono mai state vittime della Shoah. Una tra le
tante testimonianze dell’assenza di sentimenti antisemiti ci viene offerta
direttamente dall’ambasciatore degli Stati Uniti in Albania Herman Bernstein,
egli stesso un ebreo, che nel 1934 scrisse: “Non vi è alcuna traccia di
discriminazione contro gli ebrei in Albania, poiché l'Albania è uno dei rari
paesi in Europa oggi dove il pregiudizio razziale e l’odio non esistono, anche
se gli albanesi si sono suddivisi in tre fedi…” .
Questi dati significativi ci offrono una chiara panoramica del clima creatosi in Albania durante quegli anni dove ogni ebreo che vi fece ingresso, che ci rimase o che usò il paese per transito venne salvato grazie all’ospitalità del popolo albanese e del suo codice d’onore “Besa”.
Norman H. Gershman
ha cominciato la sua carriera di fotografo relativamente tardi.
Ha studiato con
fotografi come Ansel Adams, Roman Vishniac e Arnold Newman ed è stato
influenzato dai loro lavori. È stato anche sotto la tutela di Cornell Capa, il
fondatore e direttore dell'International Center of Photography a New York.
Gershman ha
sviluppato un suo stile personale incentrato sul ritratto, nel quale lascia il
suo tocco enfatizzando la speciale personalità del soggetto. I suoi lavori si
trovano presso molte collezioni pubbliche tra cui l'International Center of
Photography, New York; il Brooklyn Museum; l'Aspen Museum of Art e molte
gallerie in Russia.
Oggi vive e
lavora ad Aspen in Colorado.
Gershman per
cinque anni ha percorso l'Albania e si è impegnato a fotografare famiglie
musulmane che salvarono gli ebrei durante la seconda guerra mondiale, facendo
convergere due mondi apparentemente in contrasto.
I suoi intensi ritratti in bianco e nero sono
affiancati da brevi interviste che con grande immediatezza testimoniano un
movimento capillare di popolo, sorretto da un profondo senso di devozione e di
solidarietà umana più che da motivazioni di tipo politico o culturale.
Gersham ha voluto
trattare la questione dal punto di vista ebraico, e in questo mondo pieno di
conflitti religiosi ha voluto sottolineare il fatto che l’amicizia tra gli
ebrei e i musulmani può essere possibile.
“Besa – spiega il
fotografo Norman Gershman – è molto più della semplice ospitalità. E' un
sentimento che ti lega a chi entra nella tua sfera contro ogni avversità. Le
famiglie musulmane mi ripetevano in
continuazione che salvare una vita umana è andare in paradiso. I figli di un
salvatore mi dissero che il principio insegnatogli dal padre, secondo cui
vivono, è se qualcuno bussa alla tua porta, devi assumerti la responsabilità”.