
BESA, un codice d’onore. Gli
albanesi musulmani che salvarono gli ebrei dalla Shoah
TESTIMONIANZE DEI SALVATORI
“Perché mio padre
salvò un estraneo a rischio della sua vita e dell'intero villaggio? Mio padre
era un musulmano devoto: credeva che salvare una vita significa entrare in
paradiso”. L'estraneo che il padre di Enver
Pashkaj riuscì a mettere in salvo era un ebreo di nome Yehoshua Baruchowiç, un signore oggi in età che fa il dentista in
Messico.
Siamo a Puke,
paesino sulle montagne albanesi, negli anni della seconda guerra mondiale
quando Ali Sheker Pashqaj,
proprietario dell'unico emporio della zona, s'impietosisce per la sorte di quel
giovane prigioniero trasportato a morte certa da un convoglio nazista. Con una
prontezza di spirito stupefacente offre da bere ai guardiani finché sono
ubriachi e intanto ordisce la fuga di Yehoshua nel bosco. Una volta scoperto,
rifiuta di confessare (“quattro volte gli misero la pistola alla tempia.
Tornarono a minacciarono di mettere a fuoco il villaggio se mio padre non
avesse confessato”). E quando i nazisti se ne vanno recupera il ragazzo e se lo
nasconde in casa sino alla fine della guerra.
Pochi anni fa Ali
Sheker Pashqaj è stato insignito da Yad Vashem, il museo dell'Olocausto di
Gerusalemme, del riconoscimento di Giusto delle Nazioni, titolo che onora
quanti negli anni delle persecuzioni razziali rischiarono la vita per la
salvezza degli ebrei.
Gli interrogativi
dell'intervistatore - perché l'avete fatto, cosa vi ha spinto a rischiare la
vita, come siete riusciti a sfuggire agli occupanti - trovano così risposte di commovente semplicità
e rettitudine. Chi si comporta secondo il codice Besa, espressione che alla lettera significa “mantenere la
promessa” - spiegano i protagonisti - è qualcuno che tiene fede alla parola
data, qualcuno a cui si può affidare la propria vita e quella della propria
famiglia.
“Non ci sono
stranieri in Albania, ci sono solo ospiti – racconta Drita Veseli, una delle donne intervistate - Il codice morale di
noi albanesi richiede di essere ospitali con l'ospite nella nostra casa e nel
nostro paese”. “La nostra casa - continua - è innanzi tutto la casa di Dio, poi
la casa del nostro ospite e infine la casa della nostra famiglia. Il Corano
c'insegna che tutti gli uomini, ebrei, cristiani, musulmani sono sotto un unico
Dio”. “Aiutarsi l'un l'altro è un dovere morale – dice Adile Kasapi - La religione era parte della nostra educazione
famigliare. Sarebbe stato impensabile denunciare degli ebrei in stato di
bisogno”. “In quanto musulmani devoti estendemmo la nostra protezione e la
nostra umanità agli ebrei. Perché? Besa, l'amicizia e il Santo Corano”
sintetizza Beqir Qoqia.
Testo di Daniela
Gross
tratto da Moked portale dell’ebraismo italiano