
In
ricorrenza del 150° dell’Unità d’Italia,
il Museo Ebraico di Bologna organizza la mostra storico-didattica
La partecipazione degli ebrei al Risorgimento in Emilia-Romagna [1815-1870]
che intende guardare all’apporto e alla partecipazione degli
ebrei del territorio emiliano-romagnolo agli eventi che determinano il
Risorgimento e la successiva nascita dello Stato unitario e, nel suo insieme, alla storia del rapporto fra gli
ebrei italiani e la vicenda del Paese nel corso dell’Ottocento.
In Emilia-Romagna fra i primi combattenti ebrei del Risorgimento dobbiamo
ricordare Abramo Fortis, che prese parte ai moti di Faenza nel 1820,
Israel Latis, condannato dal duca di Modena alla Rubiera nel 1822;
Angelo Usiglio e suo fratello Enrico, collaboratori di Ciro Menotti nei
moti a Modena del 1831; Giacomo Levi, reggiano, che nel 1831 fu
rinchiuso nei Piombi a Venezia con Daniele Manin dopo aver
partecipato ai moti di quell’anno con un’altra quindicina
di correligionari, finiti poi in carcere o in esilio. Ed ancora
Salvatore Anau di Ferrara, che fece parte
dell’Assemblea nazionale della Repubblica Romana nel 1849
insieme all’economista Leone

Carpi, originario di Cento.
Grande patriota ebreo fu il modenese Cesare Rovighi, scrittore insigne
e storico, che nella battaglia di San Martino e Solferino della II
guerra di indipendenza del 1859 meritò la medaglia
d’argento e partecipò a tutte le altre battaglie
risorgimentali, destando ammirazione in Garibaldi e Cialdini.
Fedelissimo di Garibaldi e già discepolo di Mazzini, fu il
colonnello Enrico Guastalla, che combatté a Roma nel 1849,
direttore a Genova del periodico
‘Libertà ed Azione’, organizzatore della spedizione
in appoggio al primo sbarco dei Mille. Tra i Mille di
Garibaldi occorre ricordare anche Eugenio Ravà di Reggio
Emilia, che già aveva combattuto nel 1859 nella battaglia di San
Martino, Settiminio Senigaglia di Correggio, Sabbatino Jacchia di Lugo,
Samuele Finzi di Correggio.
E questi e molti altri sono gli ebrei emiliano-romagnoli che operarono
in modo considerevole allo sviluppo della storia del Paese fino alla
nascita dello Stato unitario che decreterà l’abbattimento
di tutti i ghetti e porterà agli ebrei libertà e
uguaglianza e partecipazione al governo del nuovo Stato, come, ad
esempio, Epaminonda Segré di Novellara, che fu collaboratore di
Quintino Sella al Ministero delle

Finanze o Ulderico Levi di Reggio,
che divenne Senatore del Regno.
La posizione degli ebrei nella storia dell’Italia unitaria
è stata assai particolare: essi hanno rappresentato fino a un
periodo molto recente la sola minoranza diffusa su gran parte del
territorio nazionale; una minoranza peraltro che sarebbe errato
qualificare in termini esclusivamente religiosi, per le sue specifiche
caratteristiche ma anche in ragione del retaggio lasciato su molti
versanti dal suo profondo radicamento nella storia di lungo periodo
della Penisola. Il Risorgimento fu vissuto dal millenario ebraismo
italiano non solo come liberazione politica, indipendenza dallo
straniero, unificazione del paese, regime costituzionale liberale,
moderno, ma anche come l’attesa liberazione civile, come uscita
dai ghetti secolari, non solo fisici, per divenire finalmente cittadini
con tutti i doveri e i diritti degli altri, per professare più
liberamente la fede dei padri, per potere esprimere le particolari
qualità intellettuali, morali, civili, economiche di questa
minoranza, che da secoli viveva sul suolo italiano e sentì
l’attaccamento alla Patria in un modo particolarmente intenso.