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La rubrica continua con il racconto di una disavventura marina, dove "Ognuno diceva la sua. Tredici teste. Tredici opinioni"

copertina13robinson.jpgSholem Aleichem

TREDICI ROBINSON

a cura di Stefania Ragaù

Edizioni di Storia e Letteratura, 2023

Tredici naufraghi su di una spiaggia deserta: tredici persone -dodici uomini e una donna- dalle provenienze più disparate, dalle lingue madri più varie, vissuti nei contesti geografici e umani più vari ma accomunati dall’appartenenza all’etnia e alla cultura ebraiche.
La disavventura marina in cui incorrono li scaraventa in uno spazio fisico nuovo, inaspettato, ma non modifica la loro forma mentis, i loro atteggiamenti e le loro convinzioni. Robinson Crusoe, “capostipite” del filone letterario delle “robinsonades”, che prese avvio e godette di larga fortuna dopo l’uscita del volume di Defoe nel 1719 lungo i decenni successivi, perlustra l’isola in cui è finito e in certo qual modo ne prende possesso. La stessa azione di “conquista” viene messa in opera dai suoi tredici epigoni ebrei, ma la vena argutamente satirica di Aleichem rivolge l’attenzione a questi suoi correligionari che, tra continui alterchi e infinite discussioni, si sforzano, e con successo, di perseguire, di dare concreta attuazione a ciò cui essi aspirano e cui, in fondo, il popolo ebraico ha sempre aspirato: una nuova patria. Una terra in cui poter vivere sotto una costituzione e delle leggi, governati da autorità democraticamente elette.
I tredici protagonisti, più caratteri che personaggi letterari a tutto tondo, rappresentano lo strumento con cui l’autore indirizza frecciate polemiche verso una frangia altolocata, intellettuale e boriosa, della società che si dimostra incapace di prendere decisioni e di gestire il proprio destino, troppo incline all’astrazione e a posizioni ideologiche precostituite e per nulla disposta allo sforzo e alla fatica. Prova ne è la scoperta, scioccante, di tutto un mondo sconosciuto, civilizzato, situato al di là della montagna che per i tredici costituiva un limite fisico imponente, nascondeva l’ignoto ma a loro non interessava conoscere, paghi della realtà circoscritta alla trama dei loro rapporti interpersonali, alla loro “piccola patria”. Un’altra stoccata, stavolta indirizzata alla comunità ebraica? Alla comunità ebraica in generale oppure a quella americana o newyorkese, in cui cercò di integrarsi due volte, nel 1906 per sfuggire ai pogrom russi, e nel 1914 per sfuggire alla Prima Guerra Mondiale? Di sicuro, il pensiero di Sholem Aleichem (“la pace sia con te” espressione-pseudonimo adottata da Shalom Rabinovitz per la carriera di scrittore) quando scelse il numero 13 era rivolto alle tredici colonie che in origine avevano fondato gli Stati Uniti d’America. Ancora: la chiusura dei tredici naufraghi a quanto si trovava oltre la montagna potrebbe essere interpretato come una riflessione critica alla miopia espressa in politica estera dagli Stati Uniti nel corso della sua storia oppure nel periodo in cui Aleichem dimorò oltreoceano? Come vediamo, gli interrogativi che suscita questa opera non sono pochi, e testimoniano la fisionomia stratificata del testo, uscito a puntate su di un giornale yiddish newyorkese. A sostegno dell’immagine complessa di questo breve romanzo (o lungo racconto), non si può tralasciare la citazione di due lingue pianificate, il volapük e l’esperanto, che fecero la comparsa sulla scena mondiale rispettivamente nel 1880 e nel 1887 e che rappresentarono le due risposte più valide e significative all’esigenza, diffusa in Occidente, di una lingua ausiliaria internazionale. Non dimentichiamoci, tra l’altro, che il glottoteta autore dell’esperanto, Zamenhof, era ebreo e, in una fase iniziale del suo percorso filosofico-religioso, progettò di individuare una lingua comune per tutti gli ebrei sparsi nel mondo a seguito della diaspora ormai bimillenaria. La prima scelta era ricaduta sullo yiddish, che poi fu scartato per le difficoltà di apprendimento che, secondo Zamenhof, avrebbero incontrato gli israeliti non ashkenaziti. Aleichem, quasi perfettamente coetaneo di Zamenhof, senza dubbio aveva seguito il dibattito internazionale sulle lingue pianificate e se ne era interessato per le ricadute che poteva avere sugli scenari futuri inerenti alla comunità ebraica mondiale: in effetti, qui Rabinovitz usa i nomi di questi due idiomi “artificiali” per riferirsi a modelli linguistici da cui prendere spunto, e opta per lo yiddish quale volapük perfetto per tutti gli ebrei del mondo.

Sholem_Aleichem_1907.jpgSholem Aleichem è lo pseudonimo dello scrittore e drammaturgo ebreo Shalom Rabinovitz (1859 - 1916), tra i fondatori della letteratura yiddish e tra i suoi maggiori umoristi. Paragonato a Twain, Dickens e Gogol, nel suo peregrinare tra Ucraina, Svizzera e Stati Uniti scrisse novelle, racconti satirici, romanzi, opere teatrali, monologhi e storie per ragazzi sulla vita quotidiana nelle comunità ebraiche dellEuropa orientale.

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ultima modifica 2024-02-14T14:57:44+01:00
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