Mario Finzi (Bologna 1913 – Auschwitz 1945), un ragazzo fantastico

Bologna, Belle Epoque 1913 -1924                

La famiglia Finzi

Mario Finzi nasce a Bologna il 15 luglio 1913 da una solida famiglia ebrea borghese.

Il padre, Amerigo Finzi (1872-1947), originario di Correggio, era un brillante professore di lettere che dal 1902 iniziò ad insegnare al Regio Ginnasio-Liceo “Marco Minghetti” di Bologna; la madre, Ebe Castelfranchi (1893-1983) di famiglia ebraica modenese, fu tra il 1907 e il 1909 sua eccellente allieva. Dopo il matrimonio, celebrato il 14 settembre 1912, la coppia si stabilì al numero 10 di Viale XII Giugno, proprio in quella zona che venticinque anni più tardi la stampa fascista avrebbe individuato come “un angolino di Tel Aviv in piena Bologna” per il numero di ebrei che vi abitavano.

Amerigo Finzi, in un ritratto fotografico, 1900 ca. [Archivio MEB - Fondo Finzi-Castelfranchi]

Il ProfeImmagine1.tifssor Amerigo Finzi agli inizi della sua carriera. Nato a Correggio nel 1872 da una famiglia di ebrei possidenti, aveva studiato a Reggio, a Modena e infine a Bologna dove fu allievo del Carducci e dove si laureò in lettere nel 1893. Docente preparatissimo e severo, era venerato dai suoi studenti e aveva un particolare fascino sulle studentesse. Conservatore per provenienza e per cultura, agnostico in materia religiosa, geloso della sua privacy ideologica ed etica.

 

Ebe Castelfranchi, in un ritratto fotografico, 1912 [Archivio MEB - Fondo Finzi-Castelfranchi]

Immagine2.tifEbe Castelfranchi in un ritratto fotografico del 1912. Il padre, Sabatino, era originario di Finale Emilia; impiegato in un ufficio statale, aveva lavorato a Lugo, dove sposò Gabriella Ginesi; nel 1890 si stabilì a Bologna con la moglie; Ebe, nata nel 1893, fu la loro unica figlia. Giovane di grande bellezza, si innamorò del suo insegnante di lettere, il professor Finzi, al  Ginnasio "Minghetti", quando nel 1907 iniziò la 4° A.

 

Gli anni dell'infanzia

I primi anni di Mario Finzi furono quelli dell’infanzia felice di un bambino sano, amato e ignaro di privazioni.

Immagine4.jpgMario e la mamma nel 1914 [Archivio MEB - Fondo Finzi-Castelfranchi]

Anni sullo sfondo di una Bologna inizio secolo, che in quel periodo registrava profondi mutamenti: dai risanamenti urbanistici alla speculazione edilizia, dalla nascente industrializzazione che prometteva una universale agiatezza, da una vivacità culturale a un clima di “voglia di vivere”, che caratterizzarono gli anni della Belle Epoque. Seguirono gli anni della Prima Guerra Mondiale con il loro carico di grandi sofferenze.

 

Immagine5.jpgMario e la mamma nella primavera del 1920 [Archivio MEB - Fondo Finzi-Castelfranchi]

 Figlio unico di due genitori molto intelligenti, aveva ereditato dal padre, uno dei più valenti e amati Maestri di lettere classiche di Bologna, la sensibilità profonda, femminea, quasi direi pascoliana; dalla madre un ingegno chiaro e meditativo, una silenziosa forza di volontà capace di vincere tutti gli ostacoli [L. Jacchia Fano, in “La Rassegna mensile di Israel”, aprile 1951]

Nel 1919, Mario fu iscritto alla prima elementare, ma, data la sua precocità nel saper leggere e scrivere e la sua avidità di sapere, poco dopo fu passato alla seconda: si manifestò così già dagli inizi del suo percorso di studi l’ansia dell’anziano professor Finzi di maggiori prestazioni scolastiche da parte del figlio, che avrebbe nettamente condizionato l’orientamento e i tempi della carriera di Mario.

Immagine6.jpgLocandine, programmi e inviti dei concerti pianistici di Mario negli anni 1929 - 1933 [Archivio MEB - Fondo Finzi-Castelfranchi]

Alcune locandine dei concerti di Mario Finzi - Ieri sera, nella Sala del Liceo Musicale…ha suonato il giovinetto Mario Finzi. Egli ha svolto un interessante programma pianistico…e ha rivelato qualità degne di particolare attenzione… [recensione da “Il Resto del Carlino”, 31 marzo 1929]...

Un programma dedicato esclusivamente a Chopin ha offerto il giovanissimo pianista Mario Finzi al pubblico degli ‘Amici della Polonia’…La tecnica sicura e sviluppata…e la sua buona musicalità hanno consentito di riconoscere in lui doti speciali di concertista…[recensione di C. Valebrega, in L’Assalto periodico del Fascio bolognese di combattimento, maggio 1932].

Venerdì sera la Società dei Concerti ha presentato all’eletta folla de’ suoi soci il pianista ventenne Mario Finzi di Bologna, laureando in legge e già in possesso del diploma di magistero conseguito al Regio Conservatorio della sua città unitamente a un premio speciale del Ministero dell’Educazione Nazionale. Il giovane concertista ha affrontato l’uditorio con la baldanza sicura de’ suoi anni, ma derivata da una preparazione coscienziosa. Il Finzi ha suonato, assecondando la sua indole ed esaltandosi al carattere preferito delle sue musiche, per cui aveva scelto un programma un po’uniforme, col quale non sarebbe stato facile conseguire il successo che gli ha arriso, se non avesse appalesato prima di tutto una tecnica sicura e precisa… Spesse volte in queste esecuzioni strappò unanimi consensi all’uditorio, che poi l’acclamò a lungo evocandolo alla pedana a esecuzioni terminate… [recensione da “L’Italia”, 8 marzo 1933]

Fin dagli anni delle elementari, Mario manifestò la sua inclinazione per la musica e per lo studio del pianoforte, che non gli impedirono di dedicarsi con eguale successo al suo curriculum scolastico: a 16 anni ottenne la licenza liceale, a 17 si diplomò in pianoforte presso il Liceo Musicale di Bologna col Maestro Filippo Ivaldi. Il tutto con risultati invidiabili, senza trascurare le buone amicizie e l’esercizio fisico, sempre circondato dall’affetto dei genitori. La prima esibizione pubblica di Mario pianista ebbe luogo il 7 giugno 1927, presso il Liceo Musicale.

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Mario e la mamma nel 1922  [Archivio MEB - Fondo Finzi-Castelfranchi]

                

Gli anni gloriosi 1925 – 1937

Passione artistica e carriera universitaria

Seguirono anni molto intensi di studio scolastico, di esercizio pianistico, di brillanti concerti, di lezioni di composizione, di cui Mario si giovò per comporre i pochi, ma significativi “pezzi” per piano che ci ha lasciato. Un lavoro gravoso con il quale Mario voleva anche dimostrare al padre che il pianoforte non lo distoglieva dallo studio “serio”. Tuttavia, le divergenze tra padre e figlio non si attutivano; il professor Amerigo era contrario alla carriera artistica di Mario e voleva invece che si avviasse a una professione onorata e ben retribuita. Nel 1929, Mario si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza nell’Università di Bologna; si laureò a pieni volti nel 1933. Alla fine del 1934, Mario si trasferì a Milano e fu tra i giovani “praticanti” nel prestigioso Studio legale dell’avv. Guido Pesenti.

 

Immagine8.jpgMario a circa vent’anni [Archivio MEB - Fondo Finzi-Castelfranchi]

Mario Finzi in una foto degli anni Trenta …Ho traversato un periodo abbastanza lungo di traversie spirituali, e solo adesso mi sento finalmente meglio, e ciò in gran parte dovuto al fatto che da qualche mese mi sono rimesso seriamente allo studio pianistico, che rappresenta evidentemente per me una necessità dello spirito a cui, in condizioni normali, non mi giova certo sottrarmi. La lotta è dura, ma la soddisfazione di vincere se stessi giorno per giorno è veramente un premio assai grande, ed è il solo che noi dobbiamo e possiamo chiedere alla vita… [da una lettera di Mario Finzi all’amico Fabio Fano, 27 novembre 1937]  

 

La Delasem 1938 – 1947

L'eredità della grande guerra e l'attivismo ebraico

Fin dal 1921, per assistere gli ebrei stranieri che la Prima Guerra Mondiale aveva sradicato dalle loro sedi, l’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane (UCII) istituì un apposito Comitato, che in 15 anni soccorse quasi 100.000 profughi. Dall’inizio degli anni Trenta, con l’avvio della persecuzione nazista degli ebrei del centroeuropa, un ingente flusso di profughi trovò momentaneo asilo in Italia: sorsero vari centri di assistenza, frutto dell’attivismo di alcuni settori del mondo ebraico italiano, dove i profughi trovavano lavoro o erano aiutati a emigrare, in particolare verso la Palestina.  Un ruolo di direzione e di tali centri fu assunto dal Comitato per l’assistenza degli ebrei profughi dalla Germania a Milano nel 1933; ne fu designato presidente Federico Jarach. Con il 1938 e l’avvio della campagna antirazziale del governo fascista, il centro di assistenza milanese mutò i suoi obiettivi e assunse il nome di Comitato assistenza per gli ebrei in Italia. Il Comasebit, tuttavia, attirò attenzione e sospetti dell’autorità di pubblica sicurezza, in specie per quel flusso migratorio che dall’Europa centrale muoveva verso la Francia e l’Italia, tanto che nell’agosto del 1939 le autorità fasciste ne imposero la chiusura.

La nascita della Delasem

Nel novembre 1939, anche a seguito del rinnovamento del Consiglio dell’ucci, fu istituita la DELASEM, Delegazione assistenza emigranti ebrei, sotto la presidenza di Lelio Vittorio Valobra, riconosciuta e appoggiata dal governo fascista. La delasem, con sede a Genova, istituì proprie rappresentanze presso tutte le Comunità Israelitiche. Della Rappresentanza delasem di Bologna era titolare il Rabbino Capo Angelo Orvieto e segretario Mario Finzi, con cui collaborava Eugenio Heiman. Dalla su nascita fino all’entrata in guerra dell’Italia, la delasem organizzò l’emigrazione di circa 2.000 persone, mentre ne assistette circa 9.000 sul piano materiale e religioso. Nel periodo della guerra (1940-1945), nonostante le enormi difficoltà, la delasem riuscì a organizzare l’emigrazione di oltre 4.000 persone messe in salvo in Spagna, in Portogallo, nel Sud della Francia e in Nord Africa. Dopo l’8 settembre 1943, la delasem operò in clandestinità, cercando di sottrarre quanti più ebrei possibili alla deportazione e alla morte. Vittorio Valobra e Massimo Teglio diressero le attività nel Nord Italia, mentre Settimio Sorani coordinò l’opera di salvataggio a Roma: sostenuti dai finanziamenti dell’American Joint Distribuition Committee, tennero i contatti con le organizzazioni di soccorso ebraico in Svizzera e collaborarono con uomini e strutture della Chiesa cattolica, con un’azione determinante per la salvezza di migliaia di ebrei. Alla fine del 1947, esaurite le sue funzioni, la delasem chiuse la sua attività, che furono assunte dall’American Joint Distribuition Committee  e da altre organizzazioni internazionali.

Immagine9.jpgEugenio Heiman (1920 -2006) in una foto degli anni 1940-1945. [per gentile concessione della famiglia Heiman] L’affettuosa amicizia con Mario ha lasciato un segno indelebile e a essa si torna spesso col pensiero, soprattutto in un mondo e in una società, quali quelli in cui viviamo, e che sono purtroppo così diversi dalle speranze e dalle aspirazioni di quei giorni… [da una lettera di E. Heiman alla Signora Finzi, 1967]

 

Immagine10.jpgLelio Vittorio Valobra, presidente della Delasem [ da I ragazzi ebrei di Villa Emma a Nonantola, Nonantola 2002] i profughi, i clandestini, i bimbi con il pianto e il terore negli occhi…erano italiani, francesi, croati, slavi, polacchi…: tutti figli di Europa che, in preda all’angoscia, percorrevano le stesse strade del terrore che per anni, per secoli, prima di loro, altri uomini, altre donne e bambini ebrei avevano pecorso…[L.V Valobra, in “Israel”, 6 maggio 1948]

 

 

Immagine11.jpgSettimio Sorani (1899-1982) - dopo l’introduzione delle leggi razziali si mette a disposizione della Delasem e con Carlo Alberto Viterbo assume la direzione dell’ufficio di Roma. Entrato in clandestinità dopo l’8 settembre, a seguito di una delazione Settimio Sorani viene arrestato e torturato nella prigione di via Tasso a Roma, poi rilasciato per mancanza di prove a suo carico. Dopo la guerra, nel 1947 diviene presidente dell’Organizzazione Sionistica Romana e nel 1948 ottiene dal Ministro degli Esteri israeliano l’incarico di Commissario per l’immigrazione presso la Legazione dello Stato di Israele a Roma. [da S. Soran, L'assistenza dei profughi ebrei in Italia (1933- 1941), Roma 1983]

Straniero in patria 1938 – 1941

Alla fine dell’estate del 1938, quando rientrano in città dopo aver trascorso nell’angoscia il periodo di villeggiatura, gli ebrei non avevano più dubbi sul futuro. La breve stagione della libertà della ‘nazione ebrea’, durata poco meno di un secolo, era finita e sarebbero ricominciate le persecuzioni. Un nuovo ghetto li attendeva…non sapevano se l’annunciata legislazione razziale sarebbe stata dura come quella nazista [G.Onofri, Ebrei e fascismo a Bologna, 1989]. Per tutta l’estate “Il Resto del Carlino”, il quotidiano bolognese, non diede tregua e quasi tutti i giorni usciva con un editoriale o un corsivo sulla campagna antiebraica e sulla politica di protezione della razza avviata dal governo di Mussolini.

 

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Manifesto fascista che, nel 1938, a seguito dell’emanazione delle leggi razziali, stabilisce i divieti a cui sono soggetti i cittadini italiani di religione ebraica. La politica razziale fascista fu inaugurata con due provvedimenti: il primo, l’RDL (Regio Decreto legge) n. 1381 del 7 settembre 1938, riguardava l’espulsione degli ebrei stranieri e la revoca della cittadinanza a coloro che erano stati naturalizzati dopo il 1919; il secondo, l’RDL n. 1390 del 5 settembre 1938, vietava a tutti gli alunni e gli insegnanti ebrei di frequentare tutte le scuole di ogni ordine e grado. L’RDL n. 1728 del 17 novembre 1938 Provvedimenti per la difesa della razza italiana, fu l’atto ufficiale del regime fascista che sancì l’inizio delle discriminazioni degli ebrei in Italia. [Archivio Museo Ebraico di Bologna]

Immagine13.jpgScheda personale di Mario Finzi - a seguito dei Provvedimenti per la difesa della razza italiana del 1938, Mario Finzi, in servizio presso il Tribunale di Bologna, firmò l’autodichiarazione di appartenenza alla “razza ebraica” e fu estromesso dal suo ufficio. [Archivio Museo Ebraico di Bologna, Fondo Finzi - Castelfranchi]

Nell’ottobre 1938 il Gran Consiglio fascista approvò la Carta della razza, i cui fondamenti furono tradotti in legge dello stato il 17 novembre 1938. Come ogni altro dipendente ebreo dell’Amministrazione statale, Mario fu estromesso dal suo ufficio nella Magistratura (gennaio 1939); come tutte le famiglie ebree d’Italia, anche la famiglia Finzi si trovò in condizioni di incertezza economica, di umiliazione, di impotenza. Mario, ora limitato nella sua vita, non vuole adagiarsi nell’avvilimento. Trova una via d’uscita nel corso estivo 1939 dell’Ecole Normale de Musique di Parigi del Maestro Alfred Cortot, dove rimase da giugno ad agosto. Ma le prospettive di una brillante carriera pianistica in Francia furono stroncate dalla legislazione razziale italiana, che impedirono a Mario di riavere il passaporto e il permesso d’espatrio. Nei mesi successivi, Mario matura una nuova consapevolezza verso la situazione degli ebrei italiani, le persecuzioni, le condizioni dei profughi, sullo sfondo dell’invasione della Polonia da parte dei nazisti e l’inizio della guerra.

 

L'entrata in guerra

Immagine14.jpgLa Domenica del Corriere”, 16 giugno 1940, XVIII, Il Duce Benito Mussolini annuncia l’entrata in guerra dell’Italia [da E. Biagi, La seconda guerra mondiale, Milano 1995] 

Il 10 giugno 1940 Benito Mussolini dichiara l’entrata dell’Italia in guerra contro Inghilterra e Francia.

Alla fine del 1940, Mario viene nominato dall’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane delegato della delasem per Bologna. Carissimo…aspiro a concludere qualcosa di serio... Molto da fare anche mi dà l’incarico di rappresentanza per Bologna, che ho accettato dalla Delegazione Assistenza Migranti…; è veramente una grande fortuna avere un’attività che si può svolgere con persuasione…ci sono persone che per tutta la vita non hanno fatto che calcolare…ed ora che molte persone soffrono la miseria… perché vittime di un destino di cui sono incolpevoli, non sentono il bisogno di far nulla. Sono poche però; e questa è forse l’unica consolazione nei grandi dolori collettivi, che in molti si ridestano istinti di solidarietà umana e aprono l’animo a qualcosa di più vasto del loro egoismo [Lettera a Fabio Fano, 9 aprile 1941].

Con l’entrata in guerra dell’Italia (10 giugno 1940), il governo fascista dispose l’internamento degli ebrei stranieri e di quelli fra gli italiani considerati “pericolosi nelle contingenze belliche”. Il binomio “ebreo-pericolo” veniva così ribadito. Vennero allestiti numerosi campi di internamento nel Centro-Sud (il più grande a Ferramonti di Tarsia) e stabilite molte località isolate per l’”internamento libero”.

Prima della bufera 1942 – 1943

Tra Delasem e antifascismo

Nel clima generale di violenza creata dalla guerra e di crescente ostilità verso gli ebrei, Mario si mise a disposizione della Delasem e ne accettò la responsabilità per l’intero territorio bolognese in un periodo intenso e spasmodico, quando il lavoro di soccorso e di sostegno verso i profughi si faceva sempre più laborioso e l’emigrazione sempre più complicata e paralizzata.                                                                                                                            

Immagine15.jpgBombardamento su Bologna 25 settembre 1943 da san Michele in Bosco [Cineteca Comunale, Fondo Miscellanea 900, Anonimo]

Il 16 luglio 1943 iniziano i bombardamenti su Bologna, che arriveranno nel corso del secondo conflitto mondiale a colpire il quarantaquattro per cento del patrimonio edilizio della città, distruggendolo o danneggiandolo. Il 25 settembre, Bologna subisce l’incursione aerea più disastrosa di tutta la guerra: 120 aerei sganciano in centro e in periferia un enorme carico di bombe. Il sistema di allarme  antiaereo si dimostra inefficiente: le sirene suonano quando gli aerei incursori sono già sulla città. Si accertano 936 morti e più di mille feriti.

In quegli anni, Mario prese contatti con l’antifascismo clandestino bolognese e aderisce al gruppo Giustizia e Libertà, che successivamente costituì il Partito d’Azione: …il partito era già presente attivamente a Bologna fra la fine del 1942 e la primavera del 1943 in almeno quattro gruppi: il primo di stretta accezione intellettuale faceva capo a Carlo Ludovico Raggianti, critico d’arte, che esercitò una vigorosa funzione sui giovani di Bologna…I tipi di uomini che si riunivano intorno a lui...erano tutti artisti o intellettuali, musicisti come Finzi, poeti come Rinaldi, critici d’arte con Gnudi e Cavalli…[E. Trombetti, Ritorno alla libertà, 1960].

 

1942: l'anno dei profughi di Rodi e gli orfani di Villa Emma

Nel frattempo, Mario continua instancabilmente la sua attività  nella raccolta di denaro e  beni necessari per soccorrere metodicamente i profughi e gli internati a lui affidati, per far fronte alle emergenze, per cooperare alla gestione della sede centrale della Delasem a Genova. In particolare, il 1942 fu per Mario l’anno “dei profughi di Rodi” - 510 ebrei cecoslovacchi e austriaci internati che naufragarono in fuga verso la Palestina e prima internati a Rodi, furono poi trasferiti a Ferramonti di Tarsia – e dei ragazzi di Villa Emma – il gruppo di giovani orfani, che arrivati il 17 luglio da Lesno Brdo (Lubiana) furono ospitati e salvati in una grande villa disabitata vicino a Nonantola.

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I ragazzi ebrei di Villa Emma a Nonantola, 1942-1943 Genova, 21 luglio 1942. Oggetto: 50 ragazzi provenienti da Lubiana e diretti a Nonantola (Modena). Abbiamo ricevuto la preg. Vostra del 18 corr. con la quale ci fate rapporto dei 50 ragazzi provenienti da Lubiana. Ci rendiamo perfettamente conto delle difficoltà alle quale siete andati incontro per rifocillare questo gruppo di giovani, soprattutto data l’ora tarda dell’arrivo a Bologna l’apprezziamo maggiormente e plaudiamo all’opera veramente ammirevole del caro dott. Mario, il quale anche in questa occasione ha dato una prova veramente unica di solidarietà e di spirito di abnegazione… [lettera della Delasem centrale alla Rappresentanza di Bologna, Genova 21 luglio 1942].

A Nonantola, l’arrivo di una cinquantina di ragazzi ebrei tra i 9 e i 21 anni, orfani, di varia nazionalità e provenienti da Lubiana è l’evento che farà discutere il paese. I ragazzi vengono subito ben accolti dalla gente del posto e alloggiati in una villa ottocentesca poco fuori dal paese, denominata “Villa Emma”. La Delasem centrale e la rappresentanza di Bologna inviano l’indispensabile per organizzare la comunità. Nell’aprile del 1943, con l’arrivo di un gruppo da Spalato, il numero salì a 73 ragazzi. Con l'8 settembre 1943 e l'occupazione tedesca, i ragazzi di Villa Emma verranno nascosti in cascine, fienili, case e chiese. Tutti i tentativi di scovare questi nascondigli non sortirono effetto alcuno. Una parte consistente dei ragazzi fu accolta dai preti del locale seminario. Nell'arco di cinque settimane i ragazzi, suddivisi in piccoli gruppi, riescono a fuggire in Svizzera prima del rastrellamento della polizia tedesca. Dopo una fuga durata cinque anni, gran parte dei ragazzi, nel maggio 1945, raggiunsero finalmente la Palestina [da I ragazzi ebrei di Villa Emma a Nonantola, Nonantola 2002]

 

Nella morsa 1943 – 1944

Il 23 maggio 1943, Mario fu arrestato come sospetto sovversivo; non nascose il suo antifascismo e finì nel carcere di San Giovanni in Monte a Bologna insieme con altri autorevoli rappresentanti della resistenza bolognese.

Immagine17.jpgLiberato alla caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, Mario si gettò di nuovo nella sua attività di salvatore, con una dedizione che poteva somigliare a disperazione. Nell’inverno, avuta la notizia della presenza in montagna tra i gruppi armati dediti alla guerriglia antitedesca e antifasciste che di alcuni suoi amici del Partito d’Azione, Mario decise di utilizzare per loro alcuni materiali che a Villa Emma erano stati sottratti a suo tempo ai tedeschi – coperte, cibo, medicine - …dietro ordine dell’avv. Finzi, che si prodigava anche nella lotta politica e militare, questo materiale fu prelevato per i partigiani di Vergato, e parecchio ne portò di persona l’avv. Finzi stesso. Altro materiale servì per i partigiani che agivano nel modenese [G. De Luna, Le formazioni GL nella Resistenza, 1985].

Stando ai documenti e ai ricordi, nei primi mesi del 1944 l’attività di Mario di fece con un ritmo insostenibile, ostacolata dalla generale povertà, dal pericolo di rastrellamenti, dal timore di bombardamenti e attentati: Il pericolo non lo spaventava, ma gli dava la pace morale, gli permetteva di essere sofferente tra i sofferenti e neppure temeva la morte del corpo, ma solo la morte morale, l’egoismo, il bene non compiuto [Ricordo di Mario Finzi, in “La Rinascita”, 12 maggio 1947].  

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La Sinagoga di Bologna devastata dal bombardamento del 25 settembre [Archivio Museo Ebraico di Bologna]. Il Tempio di Bologna in via Gombruti , progettato nel 1928 in stile Liberty dall'architetto Attilo Muggia, fu ricostruito e inaugurato nel 1954. Furono oltre 500 gli edifici che furono devastati e distrutti dai bombardamenti del 1943, tra cui i Teatri Verdi e Apollo e il cinema Italia, e le chiese del sacro Cuore, di San Francesco e di San Martino.

Piazza Malpigli a Bologna dopo il bombardamento del 22 marzo 1944 [Archivio Istituto Parri,Immagine20.jpg Fondo Arbizzani] …Io penso che non si debba avere paura né che ci si debba sottrarre alla lotta; perché quelli che pensano solo a fuggire e a salvarsi non avvertono che, salvando la pelle, fanno male settanta volte al giorno…Chi non si sottrae al pericolo non è uno sciocco…Quello che veramente gli preme è di vivere bene ogni momento e ogni pensiero e non la durata della vita. E se, per esempio, lo ammazzano, questo male che egli subisce è naturalità e bestialità, è come un terremoto, ma non è quel male a cui egli può dare importanza, perché egli può Immagine21.jpgdare solo importanza a quel male che è un degradarsi dello spirito arrivato alla visione suprema del bene. Per altri potrà darsi che io mi sottragga alla tempesta; ma la tempesta è bella perché in essa risuona la musica meravigliosa delle carità e ciò che si vede qui non si può vedere dove c’è la quiete….A volte si vede solo il lato tetro della vita e si pensa alle cose che mancano che a quelle che ci sono. Ma io vorrei poterti dare la pace che ho trovato vicino a queste persone …chi l’ha provata non teme più la morte, come loro non la temono…[M.Finzi, Lettera a un’amica, gennaio 1944].

Il 31 marzo 1944, Mario usciva a viso aperto, fidando nella sua costante fortuna, dalla casa di cura “Villa Rosa” di via Castiglione, dove un ragazzo ebreo croato era stato ricoverato sotto falso nome per un intervento chirurgico. La polizia fascista, avvertita da un delatore, l’aspettava all’uscita. Ebreo antifascista recidivo, Mario fu incarcerato in san Giovanni in Monte.

L'agonia

31.03.1944 – 22.02.1945

Internamento a Fossoli

Il trasferimento di Mario da San Giovanni in Monte, dove era incarcerato dal 31 marzo, al campo di Fossoli, nei pressi di Carpi, avvenne il 4 maggio 1944. Sembra che durante il suo internamento a Fossoli (4-16 maggio)  Mario riuscì a scrivere ai suoi genitori; è certo invece che conobbe Nedo Fiano, catturato a Firenze e  qui finito con tutta la famiglia, e che sopravvissuto allo sterminio ha raccontato sulla prigionia di Finzi.

 

Il campo di Fossoli, nei pressi di Carpi.Immagine22.jpg

Dal dicembre 1943 fu ampliato e trasformato in un campo di transito per ebrei, partigiani, detenuti politici destinati al lavoro obbligatorio in Germania. [ da Dalle leggi antiebraiche alla Shoah, Milano 2004]

 

 

La deportazione ad Auschwitz

Immagine23.jpgAuschwitz-Birkeanu [da Auschwitz. A History in Photographs, Warsaw 1993]

 …Noi del Begleitkommando avemmo tutto il tempo di veder scaricare gli altri treni e di osservare tutti gli ulteriori procedimenti dopo lo scarico…il nostro Transportführer …era letteralmente inorridito…Vidi poi come gli occupanti di un convoglio proveniente dall’Ungheria venivano tirati giù dai vagoni da internati del lager armati di randelli e come buttavano fuori vecchi e bambini…Poi, parecchi ufficiali SS con lunghi mantelli dividevano con un bastone gli ebrei in due gruppi e, come risultava chiaramente, accantonavano da un lato uomini e donne dall’aspetto giovane e robusto e, dall’altro, quelli più anziani e i bambini…Quelli del Corpo di Guardia mi raccontarono che in quella epoca arrivava un numero così esorbitante di convogli che quasi non ce la facevano a gasare e bruciare i cadaveri nei forni crematori posti dietro alle camere a gas…Lo scarico del nostro convoglio avvenne esattamente in questo modo: secondo la mia valutazione, vennero qualificati abili al lavoro una trentina di persone e tutte le altre furono introdotte a scaglioni nella camera a gas… [dalla testimonianza del soldato Keller addetto all’accompagnamento del trasporto da Fossoli ad Auschwitz del 16 maggio 1944, in L. Picciotto, Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall’Italia (1943-1945), Milano 1991, pp. 857-859]

Il 16 maggio 1944 Mario fu deportato da   Fossoli verso Auschwitz con il convoglio numero 10, carico di 581 ebrei. Di questo trasporto è rimasta una descrizione particolareggiata, tratta dalla deposizione resa durante uno dei processi del dopoguerra da Keller, una delle guardie della Ordnungspolizei che accompagnava il convoglio: quando arrivammo nei pressi di Auschwitz, il tratto era pieno di altri convogli…rimanemmo tutta la notte davanti alla rampa di scarico del lager prima di potervi accedere. Il treno rimase sulla rampa ancora tutto un giorno e una notte prima di venire scaricato.  Il formale ingresso ad Auschwitz avvenne dunque il 23 maggio: Mario, superata la selezione, fu destinato al campo di Birkenau (Auschwitz II) e al  Kanada Kommando, la sede finalizzata al recupero, selezione e riciclaggio dei beni saccheggiati ai deportati e utili al governo del Reich. Le notizie su Mario si fermano all’ottobre 1944; si ha poi la testimonianza di Eliakim Cordoval, ebreo deportato da Rodi, che, dopo la liberazione del campo da parte dell’esercito russo (27 gennaio 1945), assistette Mario nell’infermeria di Auschwitz I, dove erano stati trasferiti migliaia di prigionieri superstiti. Mario era ammalato di tubercolosi e una forma di dissenteria  aveva gravemente debilitato il suo organismo. In un momento di veglia, Mario disse ad Eliakim: Potevo diventare il più grande pianista d’Italia. Mario Finzi muore ad Auschwitz  il 22 febbraio 1945.

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Il Kanada a Birkenau Il primo atto di saccheggio avveniva all’arrivo stesso dei deportati al Auschwitz, sulle banchine ferroviarie, dove nell’atmosfera di fretta appositamente creata, le SS ordinavano di lasciare i bagagli più pesanti…prima di entrare nella camera a gas, i deportati dovevano lasciare in appositi vani-spogliatoi vestiti, scarpe e utensili, poi sotto posti ad una prima cernita...dopo la gassazione i cadaveri erano controllati scrupolosamente e privati degli oggetti d’oro e dei denti in metallo prezioso…Gli averi confiscati venivano raccolti in numerosi depositi, dove venivano cerniti e preparati da apposite squadre di prigionieri (Aufräumunskommandos) per essere esportati o utilizzati all’interno del campo..Poichè l’idea di ricchezza all’epoca era associata al Canada, il nome di questo paese passò a definire nel campo sia i beni espropriati alle vittime del gas e i magazzini stracolmi, sia gli Aufräumunskommandos [A. Strzelecki, Il saccheggio dei beni degli ebrei vittime dello sterminio, in Auschwitz. Il campo nazista della morte, ed. Museo Statale Auschwitz-Birkenau 2001, p. 157]

 

Alla memoria di Mario Finzi

Immagine25.jpgStella “Premio dei Buoni” che fu conferita alla memoria di Mario Finzi dal Comitato regionale nel 1965.

 

 

 

 

La famiglia Finzi  non accettò all'inizio la notizia della morte di Mario portata dallo stesso Eliakim Cordoval. Dopo la morte del professor Finzi (1947), la signora Ebe continuò la sua campagna di ricerca del figlio presso la Croce Rossa, il Vaticano, le Comunità Israelitiche italiane e straniere, la radio, le ambasciate, i privati: tutto fu vano. Alla fine del 1950, Mario fu considerato "disperso".

Nel 1951, la Comunità Israelitica di Bologna indisse una solenne commemorazione di Mario, nella quale Cesare Gnudi pronunciò una orazione ufficiale. Nel 1953, il Consiglio Comunale di Bologna deliberò di intitolare a Mario Finzi la via su cui si affaccia la Sinagoga di Bologna (l’ex vicolo Tintinaga); nel 1954, su iniziativa della storica ebrea Gemma Volli, il nome di Mario fu inserito nel “Libro d’Oro” del KKL (Keren Kaymet Le-Israel); nel 1960 fu riconosciuto il contributo di Mario Finzi alla Resistenza; nel 1965 il Comitato regionale “Premio ai buoni” conferì alla memoria di Mario la sua Stella d’oro.

La signora Ebe tenne viva la memoria di Mario raccogliendo documenti, testimonianze, materiali che sono stati sistemati e organizzati dal 1984 da Renato Peri nell’Archivio “Finzi-Castelfranchi”, donato al Museo Ebraico di Bologna nel 2004.

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Ebe Castelfranchi Finzi in una foto del 1973.

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Mario e “Nene” in gita sul lago [Archivio Museo Ebraico di Bologna, Fondo Finzi-Castelfranchi]

 

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pubblicato il 2022/01/15 00:05:00 GMT+1 ultima modifica 2022-01-17T13:31:05+01:00

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